Industria, export, lavoro: l’Italia riaccende i motori
2 gennaio 2018

Industria, export, lavoro: l’Italia riaccende i motori

Da ilsole24ore.com – di Paolo Bricco | 30 dicembre 2017  

Nonostante tutto, nel 2017 la molla della ripresa è scattata. Ieri l’indice anticipatore dell’economia elaborato dall’Istat ha mantenuto l’intonazione positiva, toccando quota 104 punti e lasciando presagire il proseguimento della crescita del Pil. Nel 2018 verificheremo la qualità e la portata della sua traiettoria. Il declino italiano è frenato e circoscritto dalla solidità della nostra manifattura. Lo sapevamo. È una costante storica. Ogni ipotesi di uscita dalla recessione economica iniziata nel 2008 e ogni progetto di riduzione del tramortimento delle anime degli italiani incominciato ben prima sono – anche – affidati alla sorprendente vitalità metamorfica delle nostre fabbriche. La silenziosa ristrutturazione e la graduale rivitalizzazione del tessuto produttivo stanno modificando il paesaggio industriale e le condizioni di contesto.

Ancora molto è da fare. Ma la profondità di questo mutar di pelle inizia a essere percepibile attraverso le statistiche. Ci sono gli indicatori congiunturali che, per la prima volta, volgono tutti in terreno positivo. In Italia la crescita «continua a migliorare anche se a ritmi più contenuti rispetto ai due mesi precedenti»: sempre secondo la nota mensile sull’andamento dell’economia diffusa ieri dall’Istat, la produzione industriale a ottobre ha avuto una variazione congiunturale dello 0,5% e, nel trimestre agosto-ottobre, dello 0,8%. Inoltre, nello stesso trimestre, il fatturato dell’industria è aumentato dell’1,2% a prezzi correnti e dello 0,5% in volume. La medesima dinamica positiva è sperimentata dagli ordinativi: +1,7% a ottobre e +2,4% nel trimestre agosto-ottobre. E, soprattutto, c’è quello che è capitato sul lungo periodo. E quello che è successo nel tempo breve dell’ultimo anno: appunto una molla che si è caricata trimestre dopo trimestre e che adesso sta esprimendo i suoi effetti.

Sergio De Nardis – economista industriale già all’Isae, a Nomisma e ora all’Ufficio parlamentare di Bilancio – ha calcolato per il Sole 24 Ore la dinamica della consistenza dell’apparato produttivo italiano. Il punto peggiore è stato nel primo trimestre del 2016, quando il potenziale manifatturiero è precipitato al -23,5% rispetto al primo semestre del 2008. Il punto di maggior recupero si è verificato nel terzo trimestre di quest’anno: -19%. In poco più di un anno, l’apparato industriale italiano ha ricostituito ossatura produttiva, muscoli tecnologici e neuroni strategici per 4,5 punti. Rimane ancora molto da fare. Ma la molla è scattata. Certo, persiste un assetto vincolato al paradigma del 20-80: il 20% delle imprese sviluppa l’80% dell’export e l’80% del valore aggiunto industriale.

Alcuni elementi conferiscono però una maggiore dinamicità: per esempio, nella definizione dell’Istat, le imprese esportatrici sono passate dalle 188.700 del 2011 alle 194.800 di adesso, quasi il 23% del totale. Inoltre, l’Istat ha evidenziato come ponendo a 100 gli investimenti in proprietà intellettuale – R&S più software – del 2007, l’Italia sia salita nel 2016 a 110,9. Poco, in confronto ai 135,9 dell’intera area euro? Sì, ma molto se si pensa che gradualmente si sta sfaldando la retorica dell’innovazione informale come un rito bastante a se stesso. Certo, non esiste ancora una tendenza omogenea sistemica. Alcune imprese, alcuni territori, alcune reti. Tuttavia la frammentazione pare poco alla volta ricomporsi. Basta osservare i dati dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo. Nel 2017 il fatturato consolidato dell’industria italiana – deflazionato – è ancora sotto del 13% rispetto al 2007, ultimo anno prima della crisi. Invece, rispetto al 2014, è aumentato del 6,3%. La molla, appunto, di cui parlavamo prima.

Resta la complessità di passare dall’assolo alla sinfonia, dai singoli capitoli al libro intero. Però, gli assoli e i capitoli sono sempre più frequenti: secondo l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo, sono cinque i distretti industriali ad avere registrato i migliori balzi in avanti di questa famosa molla. La pelletteria di Firenze, che è ormai la piattaforma produttiva delle maison del lusso francese, ha raddoppiato le esportazioni, salite dagli 1,8 miliardi di euro nel 2007 ai 3,6 miliardi di euro stimati per il 2017: in dieci anni, 1,8 miliardi di euro di export in più. In questi dieci anni che hanno cambiato il mondo, l’oreficeria di Valenza ha sviluppato 1,4 miliardi di euro di export in più; l’occhialeria di Belluno – dove ha il quartier generale la Luxottica, peraltro totalmente deverticalizzata – 1,3 miliardi di euro in più. Le macchine per l’imballaggio di Bologna 750 milioni di euro in più. La concia di Arzignano, su cui a un certo punto nessuno scommetteva più, 700 milioni di euro in più. Le piastrelle di Sassuolo mezzo miliardo di euro in più.

A livello sistemico, continua a sussistere un oggettivo problema di finanza d’impresa. Secondo l’ufficio studi di Assolombarda, il totale dei prestiti alle imprese italiane – gli impieghi lordi – rispetto al terzo trimestre 2008 – è più basso del 10,2% (industria -16,9% e servizi -10,9). Le sofferenze lorde delle imprese, calcolate al giugno di quest’anno, hanno un valore di 152,2 miliardi di euro. In flessione rispetto ai 159,3 miliardi del 2016. In ogni caso, il triplo dei 52 miliardi del 2008. Tutto questo, però, si svolge in un contesto segnato da un movimento sottopelle vibrato e persistente.

È sufficiente leggere il paper “Productivity and Reallocation: Evidence from the Universe of Italian Firms”, di Andrea Linarello e Andrea Petrella della Banca d’Italia. L’universo è composto da tutte le imprese italiane. È vero che, fra il 2005 e il 2013, la produttività media del lavoro è calata del 12,46 per cento. È altrettanto vero che il nostro Sistema Paese è riuscito a spostare capitale e lavoro dalle imprese meno efficienti a quelle più efficienti: grazie a questo travaso, la produttività è salita del 10,41 per cento. E, così, alla fine la produttività aggregata è calata “solo” del 3,79%.

Questa innata forza metamorfica appare ancora più evidente nella manifattura: la produttività media è scesa del 14,73%, ma il travaso virtuoso di capitale e lavoro verso le aziende più efficienti ha portato un contributo positivo del 21,76%, dunque alla fine la produttività aggregata è salita dell’8,86 per cento. Rimane molto da fare. Però la molla si è caricata e ha iniziato a espandersi. Vedremo quanta parte del cielo riuscirà ad attraversare nel 2018 che è alle porte.

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